martedì 30 novembre 2010

I messaggi di Padre Piotr Anzulewicz OFMConv (28/11/2010)

Vi auguro una bellissima settimana, chini su queste parole, che ci proiettano oltre il grigio dei nostri giorni e le malinconie dei nostri cuori!

Gesù «all’inizio dell’Avvento 2010 ci sveglia con uno squillo di tromba:

Vegliate, tenetevi pronti, siate vigilanti!

Vigilanti per non far diventare la nostra fede un impasto di scaramanzie e superstizioni e per non lasciarsi stordire dalle false urgenze.

Vigilanti per non cadere nell’abitudinarietà che surgela la preghiera e lo stupore.

Vigilanti per non mettere in «stand-by» la ricerca di Dio, illudendoci di essere già a posto.

Vigilanti per darci una mossa e abbandonare il demone della pigrizia.

Vigilanti per dare ordine alla vita, per stabilire priorità e imparare a scegliere nella logica di Dio.

Vigilanti per considerare gli altri – familiari, amici, colleghi – nostri compagni di pellegrinaggio:

quindi amare ognuno come un fratello avuto in dono, senza mai bramare di possedere alcuno come proprietà privata; servire tutti, ma non asservire nessuno».

1a domenica di Avvento (A)

Is 2,1-5; Sal 121; Rm 13,11-14; Mt 24,37-44

28 novembre 2010

Maranathà!

Vieni, Signore Gesù, ora e sempre!

Con la prima domenica di Avvento inizia un itinerario di attesa, vigilante e diligente, dell’incontro con il Cristo, in compagnia dell’evangelista Matteo, di professione esattore delle tasse, patrono di banchieri e bancari, cambiavalute e ragionieri, doganieri e guardie di finanza, ma soprattutto apostolo, il cui nome era Levi, che significa «Dono di Dio». Insieme a lui ripartiamo verso un incontro più profondo e intimo con Colui che è venuto, viene e verrà, per intercettare – con uno sguardo d’amore e un’infinita compassione – i volti di ciascuno di noi e spronarci a riconoscere il suo incessante avvento nel nostro quotidiano. Senza il suo avvento resteremmo “feriti” e scissi, lacerati e incapaci di vedere una connessione, un collegamento, e una continuità, fra la vita terrestre e la vita celeste, nell’insondabile e inconcepibile, ‘incommensurabile’ e vertiginoso amore divino.

Egli è venuto duemila anni fa: penetrando gli infiniti strati dell’universo, è arrivato nel cuore della terra e nella storia dell’essere umano con il vagito di un neonato-Messia, stretto fra le braccia di Maria, sua e nostra Madre, immacolata, dolce e tenera. Canalizzandosi nei meandri della nostra vicenda, ha assunto le nostre tenerezze e debolezze, lacerazioni e frantumazioni, volto e linguaggio, sorriso e pianto. E adesso, da risorto, è con noi e in mezzo a noi, cammina con noi e con sé trascina la nostra esperienza. Siamo noi che non ce ne accorgiamo o ce lo dimentichiamo e viviamo come se egli non si fosse ancora impastato con la nostra carne e il nostro sangue. Invece l’intera umanità porta già in sé il Verbo divino e l’Uomo che diverrà. Essa è ingravidata da un progetto che custodisce in sé tutte le potenzialità.

Egli verrà, «nella gloria a giudicare i vivi e i morti». Non scatenerà tuttavia l’incendio. Non farà crollare le nostre case. Non ci scaraventerà a terra. Tutto ciò che abbiamo di bello, di buono e di vero porterà al compimento finale. Si compiacerà di dare l’ultimo tocco alle nostre opere di giustizia, di fratellanza e di pace…

Avvento è il tempo dell’attesa. «La nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo e in cui speriamo»: sono parole di Benedetto XVI all’Angelus di oggi, prima domenica di Avvento. La Chiesa inizia «un nuovo cammino di fede – dice – che, da una parte, fa memoria dell’evento di Gesù Cristo e, dall’altra, si apre al suo compimento finale». Il Papa sceglie di parlare del tempo di attesa, momento forte di fede, ma lo fa anche ricordando che si tratta di «un aspetto profondamente umano», vissuto anche nella quotidianità. Si attende per la completezza, la sovrabbondanza, la totalità. Si attende con passione e amore, così come una donna «in attesa» di suo figlio, quando la segreta esultanza del suo corpo e del suo cuore deriva da qualcosa che urge e gonfia – come un vento misterioso – la vela della vita. «L’attesa – dice Benedetto XVI – è una dimensione che attraversa tutta la nostra esistenza personale, familiare e sociale. L’attesa è presente in mille situazioni, da quelle più piccole e banali fino alle più importanti, che ci coinvolgono totalmente e nel profondo. Pensiamo, tra queste, all’attesa di un figlio da parte di due sposi; a quella di un parente o di un amico che viene a visitarci da lontano; pensiamo, per un giovane, all’attesa dell’esito di un esame decisivo, o di un colloquio di lavoro; nelle relazioni affettive, all’attesa dell’incontro con la persona amata, della risposta ad una lettera, o dell’accoglimento di un perdono (…). L’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza – dice il Papa –. Si potrebbe dire che dalle sue attese l’uomo si riconosce».

Attendere, allora, equivale a vivere, ma a vivere degli altri e per gli altri, attenti ai loro silenzi e alle loro lacrime, alla loro vita, tante volte tradita, umiliata e calpestata.

Purtroppo, un doppio rischio incombe su di noi: il «cuore indurito», secondo Isaia (6,10), e «una vita addormentata», secondo Matteo. Due giovani studiosi di filosofia e di problemi sociali, P. Barcellona e T. Garufi, nella loro «narrazione post-umana», hanno definito questo rischio come «il furto dell’anima», della profondità, del cuore tenero (2008). Noi vogliamo invece essere vigilanti per cogliere tutti gli avvenimenti del mondo: le cose che nascono, la notte che finisce, i primi raggi della luce e, soprattutto, vogliamo oltrepassare il nostro «io» e amare, cioè donarci. Senza questa vigilanza, senza questa attesa, senza questo desiderio, l’uomo non sarebbe più tale: egli cesserebbe di conoscere, agire e costruire la sua storia, in un intreccio di libertà e necessità, potenza e impotenza, grandezza e miseria, in cerca di un «bene finale», dell’«unicum necessarium». Questa forza innata che ci sospinge, è insita nell'essere noi creati a «immagine di Dio», che è presente in ogni essere umano.

La consapevolezza che siamo a immagine di Dio può causare, come nella b. Angela da Foligno († 1309), mistica e terziaria, e in tanti altri santi dell’Ordine francescano, un «input» folgorante e un “incidere” allettante: quello della figura di Gesù, «Principe della pace». Egli sta all’«origo conversionis» di ogni persona ed è la sua sicura e perenne «fons inspirationis». La bella Addormentata, con il bacio del suo Principe, si risveglia dal sonno centenario. La grazia giunge alla Dormiente non come la chiamata a perdere se stessa, ma come un acquisire potere in vista della scoperta di sé e dell’affermazione della propria forza, talenti e responsabilità. È questa l’esperienza che le donne fanno oggi della chiamata alla conversione. Essa implica un volgere le spalle a un’identità femminile che si disprezza, verso un nuovo possesso dell’«io» femminile quale dono di Dio. Ciò è un profondo evento religioso: è il venire all’esistenza di individualità soppresse, umiliate e tradite.

Il richiamo all’attesa e alla vigilanza, tanto incalzante, non è la rappresaglia di un gendarme sempre in agguato: è una supplica insistente e pressante di Gesù rivolta a noi discepoli, non certo per metterci paura, ma per esprimere la paura che lui ha di perderci. Di qui, quella vibrazione di urgenza che percorre i suoi richiami: Vegliate! Tenetevi pronti! Siate vigilanti! Il motivo è sempre lo stesso: «il giorno del Figlio dell’uomo» viene senza preavviso e la sua «ora» arriva senza messaggino sul cellulare, senza e-mail sul computer, senza raccomandata con ricevuta di ritorno. Occorre dunque vigilare: la sua venuta, imprevedibile e improvvisa, è come l’assalto del terrorista/estremista/ mandante/ladro, per chi lo teme, o come l’arrivo dello sposo, per chi lo cerca e lo attende.

Gesù stesso ci spiega il significato di vigilare con questo accostamento: «Vegliate e state attenti». La parola greca «vegliare», essere vigilante, restare sveglio (agrypnéo) indica uno che pernotta in aperta campagna, attento al più impercettibile rumore, per evitare che il raccolto venga rubato o il campo danneggiato da qualche furfante. Essere “attenti” significa essere “tesi a”, “pro-tesi”, “tesi-per” non essere sorpresi da una sciagura incombente. Significa essere sempre all’erta o stare di sentinella.

Il brano del Vangelo di questa prima domenica ruota attorno al «giorno del Signore» (Mt 25,42). Dio è come quel “ladro” che viene di notte, all’improvviso, da un momento all’altro: il suo arrivo è imminente e fulmineo. E’ proprio così: ogni ingresso di Dio nella nostra vita è libero e misterioso, non calcolabile e non intuibile. Occorre essere preparati per accogliere lui e riconoscerlo presente nella nostra vita. Per questo egli, all’inizio dell’Avvento 2010, ci sveglia con uno squillo di tromba: Vegliate, tenetevi pronti, siate vigilanti!

Vigilanti per non far diventare la nostra fede un impasto di scaramanzie e superstizioni e per non lasciarsi stordire dalle false urgenze. Vigilanti per non cadere nell’abitudinarietà che surgela la preghiera e lo stupore. Vigilanti per non mettere in «stand-by» la ricerca di Dio, illudendoci di essere già a posto. Vigilanti per darci una mossa e abbandonare il demone della pigrizia. Vigilanti per dare ordine alla vita, per stabilire priorità e imparare a scegliere nella logica di Dio. Vigilanti per considerare gli altri – familiari, colleghi e amici – nostri compagni di pellegrinaggio: quindi amare ognuno come un fratello avuto in dono, senza mai bramare di possedere alcuno come proprietà privata; servire tutti, ma non asservire nessuno; considerare la salute, il lavoro, il denaro, il divertimento per quello che sono: non come privilegi da difendere, ma come doni da condividere e come dei mezzi utili per il pellegrinaggio, non come le mete ultime del cammino; compiere il servizio che ci è richiesto, come fosse l’ultimo, ma sempre come “servi inutili”: con i fianchi cinti e le lucerne accese. Essere vigilanti significa alzare lo sguardo verso orizzonti nuovi ed annunciare il Vangelo, nonostante gli scandali che feriscono la Chiesa, fondata da Gesù. «Se dipendesse dagli uomini – nota Benedetto XVI nel libro-intervista di P. Seewald Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi, appena pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana – la Chiesa sarebbe già affondata da un pezzo». Essere vigilanti significa guardare al futuro non come a un fato incombente e implacabile né come a un destino fortuito, volubile e capriccioso; sperare che la sofferenza, la malattia, la morte e tutte le catastrofi, naturali o sociali, non siano l’ultima parola della storia. Vigilanti per riconoscere il volto inedito di quel Dio che in incognito si affaccia nella nostra vita… Vigilanti per ripiegare le tende e andare là dove siamo chiamati, senza accasarci mai da nessuna parte, fin quando non arriveremo al giorno beato dell’incontro definitivo.

Facciamo nostra l’accorata invocazione di s. Paolo, con la quale conclude la prima Lettera ai Corinzi (16,22): «Maranathà! Vieni, Signore Gesù», e manifesta la tua presenza in mezzo a noi!

Piotr Anzulewicz OFMConv

panzulewicz@live.it

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